Letta chiama i privati
Dodici miliardi di euro di risorse aggiuntive, per ridurre il debito pubblico, da trovare entro la fine dell’anno con le privatizzazioni. Le modalità scelte dal governo Letta per cedere asset pubblici hanno destato qualche scetticismo, non solo in Italia, ma Palazzo Chigi insiste: a chi gli imputa di aver cominciato con il piede sinistro, l’esecutivo risponde che il passo è comunque ambizioso. “E’ dalla fine degli anni 90 che non si procedeva in questa direzione”, dice in una conversazione con il Foglio Fabrizio Pagani, ex Ocse, oggi consigliere per gli affari economici e internazionali di Palazzo Chigi. Leggi anche Stagnaro Poste, è la peggiore privatizzazione della storia italiana - La privatizzazione lettiana di Poste e il rischio boomerang per il paese - Bertone Idee sviluppiste per far fruttare i soldi delle privatizzazioni
5 AGO 20

Dodici miliardi di euro di risorse aggiuntive, per ridurre il debito pubblico, da trovare entro la fine dell’anno con le privatizzazioni. Le modalità scelte dal governo Letta per cedere asset pubblici hanno destato qualche scetticismo, non solo in Italia, ma Palazzo Chigi insiste: a chi gli imputa di aver cominciato con il piede sinistro, l’esecutivo risponde che il passo è comunque ambizioso. “E’ dalla fine degli anni 90 che non si procedeva in questa direzione”, dice in una conversazione con il Foglio Fabrizio Pagani, ex Ocse, oggi consigliere per gli affari economici e internazionali di Palazzo Chigi. Ieri l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha stimato una crescita dello 0,5 per cento l’anno dal 2014 al 2016, e un rapporto debito pubblico/pil in salita al 134 per cento a fine anno: se nulla cambia, ci potrebbe essere un declassamento ulteriore dall’outlook “negativo” sul rating “BBB” di oggi.
L’esecutivo, in cima agli obiettivi delle privatizzazioni, pone proprio “la riduzione del debito”, dice Pagani: “Avere meno debito vuol dire pagare meno interessi. E anche mezzo punto di debito in meno non è poco”. Il governo rivendica l’autonomia delle proprie scelte, ma non è un mistero che a febbraio la Commissione Ue aggiornerà le sue previsioni sul nostro paese, e a quel punto deciderà se restituirci il margine di manovra fiscale per gli investimenti che è stato congelato al momento della presentazione della Legge di stabilità. “Inoltre qualsiasi impresa, se privatizzata anche parzialmente e quotata in Borsa, compie un salto di qualità”, dice Pagani. Non solo perché riceve “capitali freschi”, ma per l’incentivo a “rendere più efficiente la governance societaria” che discende “dalla valutazione e dalla coabitazione” di investitori stranieri, seppure senza controllo.
Un primo dubbio: ancora una volta privatizziamo prima di liberalizzare? Qui però a Palazzo Chigi si preferisce distinguere: l’Enav (Ente nazionale per l’assistenza al volo), controllato dal Tesoro, è per esempio “una sorta di utility, difficile liberalizzare in questo settore”.
Stesso discorso vale per la Sace, che finanzia il credito alle esportazioni e che dalla fine del 2012 è totalmente controllata dalla Cassa depositi e prestiti: difficile creare concorrenza in questo settore. Mentre per Fincantieri, oggi controllata da Fintecna (ministero dell’Economia), “non esiste settore più globale e liberalizzato della cantieristica”, osserva Pagani. Per il momento però le attenzioni si concentrano su Poste, di cui il governo venerdì scorso ha annunciato l’alienazione di una quota non superiore al 40 per cento per ricavare 4-5 miliardi.
A Palazzo Chigi è prevalsa l’idea che lo “spezzatino” tra servizi postali (non redditizi) e servizi bancari-assicurativi (redditizi) avrebbe fatto perdere valore all’asset, perché è il conglomerato che dà il valore aggiunto. Tuttavia questo fa inarcare il sopracciglio: come metterla con i sussidi incrociati tra attività postali remunerate per il servizio universale e le altre attività del gruppo? Si assicurerà tale rendita ai futuri investitori? Non solo: Bloomberg, la settimana scorsa, ha sollevato il tema dei 990 milioni di euro pagati nel 2012-2013 dallo stato (via Inps) per coprire il deficit pensionistico di Poste. I sussidi, limitati all’attività postale, non sono così consistenti – rispondono dal governo – né conveniva tenere nell’ambito pubblico la sola attività postale in perdita.
Pagani insiste sull’obiettivo complessivo, i 12 miliardi da recuperare quest’anno. “Siamo partiti da Poste ed Enav. La prima intendiamo quotarla entro l’anno, ma non è finita qui. I prossimi principali dossier per il 2014 sono Fincantieri, Cdp Reti, Sace ed Eni”. Il Tesoro ha una partecipazione del 4,3% nel Cane a sei zampe, la Cdp (all’80,1% del Tesoro) del 25,7%: il piano è cedere il 3% mantenendo il controllo sul gruppo. Enel può attendere il 2015, visto che il valore di Borsa è ancora relativamente basso. L’anno prossimo dovrebbe essere ceduto il 60 per cento di Grandi stazioni, detenuto da Ferrovie dello stato (interamente partecipata dal Tesoro).
Il governo ha considerato l’obiezione di chi sostiene che Eni ed Enel garantiscono un dividendo allo stato forse maggiore dei risparmi sul debito pubblico post privatizzazione: “Nella vendita c’è un effetto simbolico, di rivitalizzazione dell’economia, che il semplice dividendo non ha”, dice Pagani. Lo stesso quid che, agli occhi degli investitori, dovrebbe compensare la (contestata) scelta governativa di non cedere il controllo dei gruppi in questione. E dagli operatori sondati finora dal governo, assicurano Palazzo Chigi, le risposte sono positive. Mentre ai mercati e all’Ue si dimostra che “il debito pubblico comincia a decrescere”, conclude Pagani. Dodici miliardi, intanto, per attrezzarsi diligentemente in vista dell’entrata in vigore del Fiscal compact nel 2015.